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La domanda di San Silvestro

Perduta la sua prima battaglia parlamentare sulla sfiducia all’esecutivo, la fronda finiana sta arrangiando in chiave diminutiva certe tesi precostituite. Sta cioè riconvertendo ad uso autoconsolatorio le stesse ragioni di dissenso che, nelle intenzioni degli ideologi al seguito del Presidente della Camera, sarebbero dovute servire ad aprire una faglia insanabile nella maggioranza di centrodestra a propulsione berlusconiana. Essenzialmente si tratta di una riproposizione pleomorfa del medesimo, piccato sotto-testo che anima i malumori dei “futuristi” sin dalle loro scaturigini. La direttrice narrativa, tracciata contro l’immobilismo di un premier che “regna senza governare”, dopo la mala parata del 14 Dicembre individua tre assi tematici di diversa plausibilità – dove quest’ultima, per tirannia del testo sul con-testo, si mostra inversamente proporzionale all’occasionalità di ciascuna variazione sul tema.

Il primo spunto suggerisce che il Governo, con l’esile maggioranza che si ritrova adesso, comunque sia andata non potrà che sopravvivere a spese del suo già modesto slancio riformatore. La volpe e l’uva: considerando che lo scopo dell’assalto frontale all’esecutivo era la destrutturazione degli equilibri parlamentari, la magra consolazione dello stentato predominio altrui prende il sapore del malinconico ripiego dialettico. In secondo luogo viene lo sdegno per il trasformismo: possibile che la maggioranza strablindata (?) uscita dalle urne nel 2008 abbia dovuto prezzolare rinforzi tra esponenti dell’opposizione? Vigente il premierato materiale che contraddistingue la cosiddetta “Seconda Repubblica”, in effetti l’assenza del vincolo di mandato prevista dalla Costituzione (art. 67) si stempera in una consolidata prassi di segno opposto. Argomento che sarebbe dovuto valere innanzitutto per i finiani, però.

Riesce più interessante e fondata l’obiezione circa la forma-partito ormai stabilmente assunta dal Pdl, cioè l’autentico motore delle divergenze in seno al centrodestra. Il popolo del Cav. si conferma una riedizione di Forza Italia, con dialogo interno azzerato e strutture territoriali ridotte a ectoplasmi di comitati politici. Fermo restando che, alla vigilia della confluenza pidiellina, solo per gli anacoreti di lungo corso era lecito nutrire aspettative di altro tenore, il “testo” di cui sopra si rifà allora a una critica del leaderismo plebiscitario perfettamente legittima – purché mossa con un minimo di coerenza. Volere la democrazia interna ma avercela col “bizantinismo” decisionale; sognare un partito in vorticoso fermento periferico ma tenere in gran dispetto i “costi della politica”; sapere già che reperire risorse economiche liberali, vigente l'attuale disciplina del finanziamento ai partiti, non significa inaugurare la “contendibilità” bensì gettarsi nel pozzo di san Patrizio della giustizia a orologeria – ma riempirsi comunque la bocca di legalismo etico: sono tutte spie di un bagaglio polemico fatto di poche idee molto confuse. Il tatarellismo e i suoi apostoli – quella che è la koinè eziologica del pretoriano di Fli – escono malconci dal varo del partito unico. Il Pdl non è e non potrà mai essere una grande An. Tuttavia tale presa d’atto non giustifica l’aggrapparsi a opinioni sommarie, disordinate e contraddittorie.

Su un piano più elevato, rifiutare l’idea per cui il consenso a un “capo carismatico” coincida ipso facto con l’adesione sostanziale a una piattaforma politica significa ridare peso ai contenuti, ovvero affermare la preminenza del messaggio sul mezzo. Cioè dire che i principi valgono più dei loro passeggeri e spesso smemorati corifei, che le parole non potranno mai esaurire la molteplicità fenomenica, che il pensabile non è già stato pensato del tutto. Bello, ma – lo dico senza ironia alcuna – un tantino fuori dal mondo contemporaneo, nel quale imperversano gli uomini della provvidenza (e non potrebbe essere altrimenti, vista l’eterogeneità e la vastità dei corpi elettorali). Di più, com’è possibile gettare le basi della rinascita programmatica destrorsa su un sottofondo progressista? La questione antropologica in salsa finiana è appaltata alla componente ex-radicale ed ex-repubblicana di Fli. Due cucine ideologiche unite da un ricettario ben noto, ascrivibile all’abolizione del carattere metaforico dei linguaggi, sulla scorta della quale il possesso di sé diviene “autoproprietà” (fine vita), l’individuo “persona” (aborto), il matrimonio “coppia” (famiglia) e così via, verso un mondo completamente mondato dai titoli e dai diritti soggettivi. Una destra consapevole della propria ragion d’essere dovrebbe sostenere visioni opposte, appunto in accordo con il sommario filosofico indegnamente riassunto poc’anzi.

Perciò la domanda di fine anno che rivolgo ai minarchici e ai conservatori “old-right”, allergici, come me, alla boria di chi pensava che fare le serpi in seno fosse il passatempo di un paio d’anni e non la vocazione di tutta una vita, è la seguente: come si fa a coniugare lo spirito riformatore con la massimizzazione del consenso elettorale, sapendo che quest’ultimo si lega al mantenimento di sovrabbondanti fette di status quo centralista, statalista e assistenzialista? Chi risponde senza profetizzare disastri imminenti (bella forza!) vince una cena a prezzi popolari.





Pubblicato il 31/12/2010 alle 15.17 nella rubrica Diario.

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